Archivio della categoria “Società”

Il “Seoul National University Institute for Peace and Unification Studies” effettua annualmente sondaggi sui cittadini nordcoreani che fuggono dal loro paese e trovano rifugio al Sud. Obiettivo della ricerca è quello di ottenere informazioni aggiornate su un paese, la Corea del Nord, che normalmente pubblica soltanto informazioni e dati di mera propaganda.

I risultati, pur avendo il pregio di fornire informazioni di prima mano e senza filtro, non possono avere carattere scientifico visto il basso numero degli intervistati, circa un centinaio, come precisano gli stessi ricercatori dell’Istituto sudcoreano.

Il rapporto di quest’anno, che ha visto la partecipazione di 146 rifugiati, evidenzia una diffusione sempre più capillare di un mercato di base di stampo capitalistico, un mercato nero che va a rimpiazzare un fallimentare sistema di distribuzione statale.

I dati mostrano un significativo aumento, rispetto all’anno precedente, di persone che sopravvivono grazie ad attività economiche illegali. Questa primordiale forma di libero mercato è garantita da un ormai collaudato sistema di tangenti che permette a militari ed autorità locali di integrare i loro scarni stipendi pubblici. Coerentemente con questo dato, risulta aumentato quest’annno il numero di persone che dichiarano di non aver ricevuto alcun sostegno dal governo e che, conseguentemente, possono trovare solo nel mercato i beni necessari per la sopravvivenza.

Un sistema distributivo centralizzato sempre più in crisi, lo scarso tenore di vita dei militari e delle autorità civili di livello più basso, alimentano un mercato nero che cresce e fa comodo a molti.

Tuttavia, ed è questo un dato molto interessante, gran parte dei rifugiati ritiene che Kim Jong Un goda ancora di largo consenso tra i nordcoreani, nonostante gli insoddisfacenti risultati delle nuove politiche agricole ed economiche. E’ un dato che viene confermato dai sondaggi di ogni anno.

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Non siamo ancora ai livelli patologici del’Italia e di molti pesi UE, ma anche in Corea del Sud la disoccupazione giovanile diventa preoccupante. I giovani coreani sono altamente qualificati, tanto da posizionarsi ai vertici delle classifiche OCSE, e molti perfezionano il proprio corso di studi all’estero, in particolare negli Stati Uniti e in Cina. Nonostante ciò (o forse proprio per questo) diventa sempre più difficile l’inserimento professionale.

Leggi l’articolo del Korea Herald “Youth unemployment rate in Korea reaches highest in 15 years”.

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La Corte Costituzionale sudcoreana ha emesso giovedì scorso una sentenza con la quale è stato dichiarato incostituzionale l’art. 241 del Codice Penale, che punisce con la reclusione fino a due anni i responsabili di adulterio. La sentenza, approvata da una maggioranza di sette giudici costituzionali su nove, abolisce immediatamente l’articolo dopo circa 62 anni di vita.

Nelle motivazioni della sentenza la Corte ricorda che il concetto di matrimonio per l’attuale società sudcoreana è molto diverso da quello del Codice Penale, e afferma che “il mantenimento del legame e della pace familiare devono essere lasciati alla libera volontà delle persone coinvolte e non può essere determinato da una norma penale”. In pratica, l’adulterio scompare dalla sfera penale ma rimane ovviamente centrale nelle cause in ambito civile, per esempio nelle separazioni e nei divorzi, nelle questioni relative all’affidamento dei minori o alla divisione del patrimonio.

Dal 1985, anno in cui le autorità sudcoreane hanno creato statisctiche ad hoc, circa 53.000 individui sono stati condannati ai sensi dell’art. 241, ma negli ultimi anni molto raramente la condanna è stata realmente scontata.

 

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La Corea del Sud ha introdotto nuove misure restrittive ai visti e ai permessi di soggiorno per motivi familiari. La questione riguarda ogni anno migliaia di nuove famiglie “miste” e, in particolare, i matrimoni stipulati con intervento di agenzie matrimoniali specializzate.

Negli ultimi anni si è verificato un picco di richieste di visti per ricongiungimento familiare: dal 2000 ad oggi, 236.000 donne straniere hanno ottenuto la residenza in Corea del Sud per ricongiungimento familiare con il proprio coniuge. Da queste unioni sono nati, secondo l’Istituto di Statistica sudcoreano, circa 190.000 bambini.

La maggior parte delle spose (80%) proviene da Cina, Vietnam, Filippine, Cambogia, Thailandia e Mongolia, e molte di loro arrivano attraverso la mediazione di agenzie matrimoniali. Questo tipo di attività non ha subito restrizioni particolari fino al 2010, quando era ormai diventato evidente che una parte delle donne straniere, una volta giunte in Corea del Sud, diventavano vittime di violenza e soprusi di ogni genere. Una legge del 2010 ha introdotto sanzioni penali (due anni di carcere) agli “agenti matrimoniali” che forniscono false informazioni alle donne straniere per convincerle a trasferirsi e sposarsi in Corea del Sud. La nuova legislazione ha avuto un impatto immediato nel mercato dei matrimoni per procura, con un calo del numero di agenti da 1.697, nel 2011, a 512, alla fine del 2013.

Una ulteriore iniziativa legislativa, entrata in vigore lo scorso 1^ aprile, prevede che il coniuge straniero che voglia ottenere il visto per ricongiungimento familiare superi un test di lingua coreana e che il partner coreano dimostri annualmente di avere un reddito minimo di 14,8 milioni di Won (circa 10.300,00 Euro). La giustificazione delle autorità è questa: le cause principali di attrito e di violenza fra le coppie miste sono la difficoltà di comunicazione e il basso reddito. La nuova normativa non riguarda soltanto i matrimoni “combinati” tramite agenzie ma tutti, andando a complicare non poco la vita delle coppie miste in Corea del Sud. Tuttavia, la nuova normativa pare essere in linea con l’opinione pubblica sudcoreana. Secondo l’Asan Institute for Policy Studies il 32% dei sudcoreani intervistati ritiene le coppie miste una minaccia per la coesione sociale del paese.

 

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Il Korea Institute for Health and Social Affairs ha svolto un’indagine sull’appartenenza politica dei sudcoreani, registrando una diminuzione dei cittadini che si collocano tra i “liberal” (nella classica accezione anglosassone del termine) e una contestuale crescita dei moderati e dei conservatori.

L’indagine ha preso come punto di riferimento il triennio 2010-2013. Nel 2010 su circa 600 intervistati il 28,94% di essi si collocava tra i “liberal”, il 34,05% tra i moderati e il 30,46% tra i conservatori, la parte residua degli intervistati si collocava in aree politiche nettamente minoritarie. A distanza di tre anni, nel 2013, le percentuali dei “liberal” scendono al 24,10%, mentre i moderati e i conservatori salgono rispettivamente al 38,22% e al 34,75%. Il “centro” rimane, dunque, l’area politica più importante dell’elettorato sudcoreano.

Secondo gli analisti dell’Istituto che ha svolto l’indagine, l’erosione di consenso per la sinistra è determinata dalla grandi questioni della sicurezza nazionale, in primo luogo dalla preoccupazione per le minacce provenienti ormai a cadenza regolare dalla Corea del Nord. A ciò, vanno aggiunti l’avanzamento dell’età media della popolazione sudcoreana e la crisi delle nascite che, come in molti altri paesi, favorisce le forze politiche di centro e di centrodestra.

Attualmente, secondo il Korea Society Opinion Institute, il tasso di gradimento verso il Democratic Party (centrosinistra) è quotato circa 20 punti al di sotto del Saenury Party (centrodestra, attualmente alla guida del paese). Secondo gli analisti, il progetto avviato da Ahn Cheol-soo (un candidato “indipendente” delle scorse elezioni presidenziali, riformista), volto alla creazione di un nuovo partito, potrebbe favorire il recupero di una grossa fetta dell’elettorato attingendo alla vasta area politica del centro, che è notoriamente contraddistinta da un voto di opinione più flessibile e variabile, e attraendo al tempo stesso l’elettorato più “liberal”. In sostanza, se il centrosinistra vuole tornare alla guida del paese, deve guardare al centro.

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L’immagine qui sopra (fonte Korea Herald) sintetizza un report rilasciato quest’oggi dal “Korea Institute for Health and Social Affairs (KIHASA)”, un think tank sudcoreano coordinato dall’Ufficio del Primo Ministro.

Dai dati diffusi, espressi nell’immagine, emerge come sia cambiata la società sudcoreana nei 20 anni compresi tra il 1990 e il 2010. Colpisce come, parallelamente ad una crescita economica pressoché continua (fatta eccezione per la crisi di fine anni ’90 e di quella del 2008, entrambe abilmente superate), sia diminuita la percentuale di famiglie collocate nella fascia media. Si è passati da una percentuale del 74,47% ad una del 67,33%. I “fuoriusciti” della classe media ricadono in maggior numero nella classe più bassa, che registra un aumento dal 7,34% al 12,24%, mentre la parte residua va a collocarsi nella classe più alta, che vede un incremento dal 18,20% al 20,43%. La società sudcoreana di oggi, dunque, appare più polarizzata che in passato, con un maggiore contrasto tra redditi più alti e redditi più bassi e con una contestuale erosione della classe media. Si tratta, tuttavia, di un’erosione piuttosto limitata, soprattutto se paragonata ai cambiamenti e alla crescita delle disparità sociali che sta colpendo i collaudati welfare state europei, in primis l’Italia.

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La “Food and Agriculture Organization” (FAO) e il “World Food Program” (WFP), i due organismi delle Nazioni Unite con sede a Roma, hanno pubblicato lo scorso 29 novembre un rapporto sulla situazione agricola ed alimentare della Corea del Nord.

Secondo il rapporto, nonostante il tasso di malnutrizione infantile sia tendenzialmente diminuito nell’ultima decade, l’arresto dello sviluppo continua a colpire inesorabilmente i bambini nordcoreani. Preoccupa sia la quantità degli alimenti consumati, sia la tipologia degli stessi, generalmente poveri di proprietà nutritive importantissime nei primi anni di crescita.

La produzione totale di cibo è stimata per il 2013 in 5,03 milioni di tonnellate, con un aumento del 5% rispetto all’anno precedente. Nonostante questo lievissimo miglioramento, la situazione resta drammatica: l’84% delle famiglie ha un consumo alimentare inferiore agli standard minimi stimati dalla FAO.

Il rapporto mette fortemente in dubbio l’efficacia dell’attuale sistema di distribuzione alimentare controllato dallo Stato. Mercati e meccanismi informali di baratto e altre forme di scambio sono da ritenersi di crescente importanza per l’accesso al cibo da parte delle famiglie, in particolare nelle aree urbane.

Cliccando qui è possibile scaricare il report completo.

Pubblicato anche su Notizie Geopolitiche.

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Continua a crescere il numero di divorziati in Corea del Sud. E’ quanto emerge dai dati diffusi in questi giorni dalla Corte Suprema sudcoreana.

L’anno scorso 329.220 coppie hanno giurato amore eterno, con un calo dello 0,7% rispetto al 2011. Allo stesso tempo, 114.316 coppie hanno deciso di divorziare, con un aumento dello 0,7% rispetto all’anno precedente.

Dai dettagli forniti, emerge inoltre che una quota importante dei divorzi (il 26,4%) riguarda le coppie più mature, sposate da oltre di vent’anni. Questa quota supera, per la prima volta, quella delle coppie sposate da meno di quattro anni (24,6%), e dal 2006 ad oggi è aumentata del 7,3%. Il tasso di divorzi scende al 18,9% per chi è spostato tra i cinque e nove anni.

Sempre secondo i dati statistici diffusi dalla Corte Suprema, il 47% delle coppie che hanno divorziato lo scorso anno non aveva figli; il 26,3% aveva un figlio e il 23% aveva due figli. La percentuale scende notevolmente ad un 3,6% per le coppie con tre o più figli.

La grandissima parte dei divorzi è di natura consensuale; infatti, sono stati riscontrati soltanto 22.500 cause giudiziali.

Passando invece alle cause che hanno generato le separazioni, al primo posto troviamo le “differenze di carattere e di personalità” (quasi la metà). Seguono le cause finanziarie con il 13% e l’adulterio sotto l’8%.

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Il Wall Street Journal Asia di oggi, 25 luglio, pubblica sulla sua versione cartacea un articolo dedicato alla “dipendenza” dei sudcoreani dagli smartphone.

Secondo il governo sudcoreano uno studente su cinque soffrirebbe di questa nuova forma di dipendenza, usando più di sette ore al giorno il proprio smartphone. Quali le conseguenze e i sintomi?  Principalmente ansia, insonnia, depressione, problemi di attenzione ed apprendimento. Pare che il governo avvierà già alla fine di quest’anno dei programmi di counseling all’interno delle scuole e attività di formazione per gli insegnanti affinché possano affrontare al meglio il disagio dei propri studenti.

In Corea, gli smartphone rappresentano oggi i 2/3 circa dei telefoni cellulari, una media che si pone ben al di sopra del 50% del mercato americano di telefonia mobile. La diffusione di smartphone fra i 6 e i 19 anni di età è pari al 65% (contro il 35% degli americani), secondo i dati statistici diffusi dalla Korea Communication Commission. La percentuale di teen-agers dipendenti si aggirerebbe intorno al 18%,  contro un 9,1% degli adulti.

 

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Secondo i dati forniti in questi giorni dal Ministero della Giustizia sudcoreano, il numero di stranieri residenti in Corea ha superato quota 1,5 milioni (il totale comprende circa 180.000 clandestini). In termini percentuali, ciò significa che gli stranieri residenti in Corea del Sud rappresentano il 3% della popolazione.

Per capire quanto sia stato vasto il fenomeno dell’immigrazione negli ultimi anni, bisogna considerare che nel 1990 gli stranieri residenti erano soltanto 380.000, divenuti 678.687 nel 2003 e circa 1 milione nel 2007. Dal 2003 ad oggi la popolazione straniera è dunque più che raddoppiata!

A favorire questa impennata pare abbia contribuito il nuovo sistema, più favorevole, dei visti per cittadini cinesi di etnia coreana, che oggi rappresentano il 49,9% del totale degli stranieri. Seguono americani (9,3%), vietnamiti (8,1%), giapponesi, filippini e thailandesi (3% ciascuno), uzbeki (2,5%), indonesiani (2,3%) e mongoli (1,8%).

Sempre secondo le statistiche diffuse, la fetta più grande di immigrati è composta da individui in una fascia di età piuttosto giovane: il 28% degli stranieri ha un’età compresa tra 20 e 29 anni, il 25% tra 30 e 39, il 19% tra 40 e 49, il 15% tra 50 e 59, ed infine il 9% ha oltre 60 anni. Circa il 4% ha invece un’età inferiore ai 9 anni.

Il numero di immigrati per motivi familiari (coniugi di cittadini sudcoreani) è attualmente pari a 149.386.

Pur essendo i numeri dell’immigrazione in Corea del Sud ancora lontani dai numeri dei paesi europei, inclusa l’Italia (dove nel 2010 gli stranieri erano il 7% della popolazione residente, senza tuttavia contare gli immigrati irregolari), essi dimostrano che in pochissimi anni la Corea del Sud è divenuta un paese fortemente attrattivo per gli stranieri, complici ovviamente i progressi economici, e tutti gli indicatori confermano che il trend futuro non sarà diverso. Anche la società coreana dovrà a breve confrontarsi con tutte le problematiche di una moderna società multiculturale.

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Famiglie sempre più ristrette, persone che scelgono di non sposarsi, coppie che preferiscono avere meno figli, aumento dei divorzi. E’ questa la fotografia scattata dall’Istituto di Statistica sudcoreano e dal Comune di Seoul sulla società coreana. Single, coppie senza bambini e famiglie con un solo genitore, rappresentato il 47% di tutte le famiglie della capitale. In particolare, i single passano in una decade da 352.000 a 854.000, raggiungendo la percentuale del 24,4%. Sempre secondo le stesse elaborazioni statistiche, il 45% dei single non raggiungerebbero il 50% del reddito medio dei coreani, mentre solo il 28% delle famiglie composte da due membri (nella maggior parte dei casi un genitore e un figlio) raggiungerebbe la stessa soglia di reddito. All’interno di questo quadro, cresce il ruolo femminile: aumentano le famiglie che fanno affidamento sul reddito della donna per il proprio sostentamento, ma poiché il salario medio della donna rimane più basso, ciò si traduce in un impoverimento generale della famiglia. Sempre dura, invece, la vita per le donne divorziate con figli a carico: spesso con paghe molto basse (che raramente raggiungono il milione di Won), lavori saltuari, e un sussidio statale (300.000 Won) che migliora di poco la loro situazione, situazione resa peggiore dal fatto che solo il 13% delle donne divorziate riesce ad ottenere gli alimenti dall’ex coniuge.

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Secondo una classifica stilata dal settimanale londinese “The Economist” (che si basa a sua volta su dati forniti dall’International Society of Aesthetic Plastic Surgery), la Corea del Sud guida la classifica mondiale degli interventi di chirurgia estetica, con una media di 16 interventi ogni 1000 abitanti. L’Italia non è da meno e si colloca al terzo posto con 13 interventi ogni 1000 abitanti, mentre al secondo posto troviamo la Grecia con una media di 14/1000. Seguono il Giappone (12/1000), il Brasile (11/1000) e la Francia (8/1000). A quanto pare l’amore per il “ritocchino” unisce i nostri paesi.

 

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Questo articolo pubblicato sul sito internet del TG3 parla di quello che, secondo molti, è un nuovo problema sociale in Corea del Sud: “il troppo studio”.

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Per chi volesse rimanere aggiornato sulla situazione in Corea del Nord, consiglio questa pagina dell’agenzia Yonhap, probabilmente la più aggiornata (in inglese) tra i quotidiani e le agenzie sudcoreane.

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Secondo le statistiche del Ministero della Salute sudcoreano, pubblicate ieri sul quotidiano Korea Times, un totale di 15.413 persone si sono tolte la vita nel 2009 in Corea del Sud. Si tratta di una cifra folle ed impressionante, se si pensa che solo nel decennio precedente il numero era di 3.133 vite perse.

La Corea del Sud, purtroppo, raggiunge il primato mondiale, con 28,4 suicidi ogni 100.000 abitanti. Solo per fare un paragone con gli altri paesi più industrializzati, il Giappone, affetto da tempo dalla stessa piaga, ha un tasso del 19,4, gli Stati Uniti del 10,1 e l’Italia del 7,1, ponendosi fortunatamente agli ultimi posti della macabra classifica.

E’, senza ombra di dubbio, una strage sociale, silenziosa e per questo molto pericolosa. Una strage che colpisce l’uomo comune e il personaggio famoso indiscriminatamente e sulla quale l’ultracompetitiva società sudcoreana dovrà interrogarsi.

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Circa 27.000 consumatori sudcoreani hanno intrapreso una class action contro la Apple, accusata di violazione della privacy e utilizzo indiscriminato dei dati dei propri utenti, in particolare quelli relativi alla localizzazione geografica degli stessi. Ogni consumatore ha richiesto un risarcimento danni di 1 milione di won (circa 650 Euro). Provando a moltiplicare questa cifra per 27.000 si capisce subito a quali danni economici possa andare incontro la Apple.

In realtà, non è solo questo a creare frizioni fra la Corea del Sud e il colosso tecnologico americano. Da mesi è in corso, infatti, una dura battaglia legale fra Samsung e Apple, con reciproche accuse di violazione dei brevetti relativi ai tablet, che in Europa sembra conclusasi con la messa al bando di Galaxy Tab, la versione coreana all’iPad. Dal canto suo, la Apple è accusata in patria dalla taiwanese HTC di aver copiato sia l’iPad che l’iPhone, di cui viene richiesto il ritiro dal mercato..

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Gravissime le conseguenze delle intense pioggie che stanno sommergendo il paese in questi giorni. Secondo gli ultimi aggiornamenti dei quotidiani sudcoreani, ci sarebbero finora 38 morti tra l’area di Seoul e la zona di Chuncheon (regione occidentale di Gangwon-do), oltre a numerosi feriti. Nel caos il traffico in tutto il paese, in particolare nella capitale, con linee della metropolitana e mezzi di superificie bloccati a causa degli allagamenti. Le precipitazioni avrebbero superato i 400 mm a Seoul (la parte meridionale della città pare essere la più colpita) e i 250 a Chuncheon.

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Una turista sudcoreana è stata uccisa sul monte Kumgang (Corea del Nord). Secondo le autorità nordcoreane avrebbe oltrepassato la zona consentita e si tratterebbe dunque di un incidente.

(continua…)

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L’aumento del prezzo del petrolio e degli alimentari si fa sentire ovunque.

(continua…)

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La Corea del futuro è nei progetti di oggi, ed uno dei progetti più ambiziosi ed interessanti è senz’altro la costruzione della “Digital Media City”, una vera e propria nuova città che sorgerà nella periferia della capitale sud-coreana Seoul.
Per la verità è già in costruzione e nel 2010 sarà inaugurata. Sarà una città dedicata totalmente all’alta tecnologia, al mondo dei media e dell’informazione, dove risiederanno i centri di ricerca e sviluppo delle più grandi multinazionali del settore tecnologico e mediatico. Faranno da contorno avveniristici centri culturali che mirano a farne una città non solo di ricerca e business ma una città di cultura.
È senz’altro uno dei progetti più importanti della Corea contemporanea che dimostra la volontà del paese di voler crescere ancora, investendo proprio in settori chiave come ricerca ed innovazione.
Per chi fosse interessato ad un “cyber tour”, si può visitare il sito in inglese dedicato interamente al progetto:

Digital City

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Girando per le strade di Seoul, l’immensa capitale sud-coreana di 15 milioni di abitanti, è davvero difficile anche solo immaginare che in un paese dove tutto sembra muoversi e trasformarsi ad una velocità così diversa dalla nostra cara e tranquilla Europa, possano persistere realtà dove lo spirito incontra la natura, dove qualsiasi oggetto e qualsiasi gesto sembrano possedere quel dono innato dell’armonia. È in questi luoghi, che giorno dopo giorno, preghiera dopo preghiera, cerimonia dopo cerimonia, rivive lo spirito buddista della Corea.

Il Buddismo ha influenzato enormemente la cultura coreana, fino a divenirne quasi un unicum. Arrivato nel paese verso il 370 d.c. attraverso la Cina, il Buddismo ebbe notevole fortuna per i successivi 1000 anni, tanto da divenire la religione nazionale e delle classi dominanti. Sono di questo periodo infatti le testimonianze più importanti dei ricchi tesori d’arte del Buddismo coreano. Fu solo dopo, sotto la dinastia reale dei Choson, che il Buddismo subì delle forti persecuzioni, che anziché distruggerlo lo rafforzarono, divenendo col tempo la religione delle classi inferiori, che vedevano in esso uno strumento di sopportazione e in un certo senso di “proto-emancipazione”.

La tradizione buddista coreana rientra all’interno della famiglia del cosiddetto “Grande Veicolo” , ovvero la tradizione Zen , in coreano “Son” e in cinese “Chan”, che al contrario della ben nota tradizione del Buddismo Tibetano, pone maggiore attenzione sul singolo credente anziché sul clero, sulla classe monastica. È nella pratica e nei suoi fini che si nota maggiormente la differenza fra le due tradizioni: nello Zen qualsiasi individuo è in grado di raggiungere la “Buddità”, più comunemente l’illuminazione. La scuola Zen procedeva infatti dalla premessa che si è già un Budda e che occorre riscoprire questa realtà attraverso la meditazione, mentre lo studio dei Sutra è meno rilevante.

Oggi la Corea è una realtà economicamente e socialmente molto dinamica, e la popolazione affronta in maniera molto flessibile la questione religiosa. Da quando circa un secolo e mezzo fa sono giunti in Corea i primi missionari cristiani, non senza difficoltà, il numero dei cattolici e dei protestanti è cresciuto sempre di più e continua tuttora a crescere. Ad un 45% di buddisti si affianca un 40% di protestanti e una minoranza del 6% di cattolici. A queste percentuali vanno aggiunte poi le minoranze confuciane ed anglicane. La Corea del terzo millennio si presenta dunque come un paese plurireligioso, in cui, almeno allo sguardo del visitatore occidentale, le diverse fedi si rispettano vicendevolmente. Anche i coreani che hanno abbracciato le altre fedi, conservano un certo rispetto per quella che comunque continua ad essere considerata una dottrina fondante la cultura coreana stessa, e non è difficile partecipare alle festività e alle cerimonie buddiste con amici o parenti protestanti o cattolici.

Dopo gli ultimi 20-30 anni in cui tutto ciò che rappresentava il passato, la tradizione, è stato considerato negativamente e, per questo motivo, da sorpassare senza preservare nulla, per correre sempre dritti verso un progresso che sembrava senza limiti, oggi anche in Corea come in tutte le società industriali e post-industriali si avverte una maggiore attenzione verso ciò che è stato e non solo ciò che sarà. È quasi compiuto a Seoul il Museo Nazionale del Buddismo, e i più importanti reperti della storia buddista coreana vengono finalmente recuperati e fatti rivivere dopo essere stati minacciati da una cementificazione e urbanizzazione selvaggia. Purtroppo questo risveglio sembra tardivo nelle grandi città dove il patrimonio artistico culturale sembra ormai compromesso, ma viaggiando per le meravigliose montagne coreane, possiamo scorgere un’infinità di testimonianze riguardanti il Buddismo coreano. È proprio negli stupendi templi arroccati sulle montagne, che è possibile rivivere ancora oggi in maniera meno turistica e più naturale le esperienze del Buddismo. È qui infatti, nella tranquillità, nell’armonia, ma al tempo stesso nelle difficoltà della vita quotidiana di montagna, che i monaci e le monache della tradizione “Son” ripercorrono quotidianamente la tradizione scandendo il tempo con gli antichi cerimoniali, sempre affascinanti per noi viaggiatori occidentali. È in questo il fascino della Corea, il fascino di un paese che seppur socio-economicamente avanzatissimo e parte integrante dell’economia e della società globale, possiede ricchezze ancora tutte da scoprire…..per esaltare il piccolo esploratore che è dentro ognuno di noi.

Per chi voglia maggiori informazioni sul Buddismo in Corea, ma anche in Italia, è possibile consultare un ottimo sito internet sull’argomento: www.bodhidharma.it il sito di una comunità Buddista di tradizione coreana, stabilitasi sulle montagne liguri.

Articolo pubblicato anche su www.versoriente.it

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Negli ultimi anni assistiamo ad una crescita impressionante della presenza cinematografica coreana in Occidente, in particolar modo in Europa ed anche in Italia, dove le produzioni “Made in Korea” si impongono sulla scena dei più importanti festival, Venezia compresa. Ciò dimostra una crescita della qualità delle pellicole coreane che fino agli anni ’80, pur essendo già numerose, non riuscivano ad imporsi sul mercato estero. Fino a quel periodo in Corea si erano prodotte innumerevoli pellicole americane e giapponesi, vista l’alta valenza delle risorse umane del settore ed il loro relativo basso costo. Nel corso degli anni questo mercato di servizi per il cinema si è andato sviluppando enormemente, affinando le competenze degli addetti. Fioriscono sempre di più riviste dedicate al cinema, scuole di regia, di produzione e di recitazione, insomma si è creata una forte struttura economica e culturale di produttori e di spettatori (sempre indispensabili).
La parola per descrivere questo fenomeno è soltanto una: fermento. Un grande fermento culturale che avvolge il cinema coreano, e indirettamente la società intera.
A dimostrazione di ciò anche in Corea del Sud fioriscono festival cinematografici di grande rilievo e respiro internazionale. Il Festival Internazionale Cinematografico di Busan è ormai alla sua decima edizione, ottenendo sempre più successo. Da nove anni si tiene il Festival Internazionale del Cinema Fantastico di Puch’ôn e nel 2000 si è anche inaugurato il Festival Cinematografico di Ch’ônju. Insomma l’industria cinematografica coreana è viva e comincia a farsi sentire nel mondo.

Ecco alcuni film consigliati:

Primavera, Estate, Autunno, Inverno e ancora Primavera
Regia: Kim Ki-duk
2003, 35mm, colore, 101′

Ferro3 – La casa vuota
Regia: Kim Ki-duk
2004, 35mm, colore, 90′

Oasis
Regia: Lee Chang-dong
2002, 35 mm, colore, 132′

Ebbro di donne e di pittura
Regia: Im Kwon-taek
2002, 35 mm, colore, 120′

Old Boy
Regia: Park Chan-wook
2004, 35mm, colore, 120′

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Passeggiando per le strade di Seoul o di qualche altra città coreana, è quasi impossibile incontrare donne o uomini che indossino abiti tradizionali (Hanbok), usati fino agli anni ’50 e poi rapidamente scomparsi sotto l’influsso di un abbigliamento sempre più occidentalizzato.

Tuttavia, oggi si riscopre gradualmente il gusto dell’abito tradizionale in occasione di alcune festività nazionali, ma soprattutto nei momenti più importanti della vita, come il matrimonio.

L’Hanbok è caratterizzato da poche e semplici linee, è diviso in due parti, una giacca ed una gonna (per l’abito femminile), e sono sprovvisti di tasche, motivo per cui all’Hanbok si accompagna un drappo piegato portato con le mani giunte, chiamato “chimajeogori”. Altra caratteristica che attira l’attenzione sono i colori della seta con cui questi abiti vengono realizzati, prevalgono il rosso, il giallo, l’azzurro, che danno vita ad armoniosi contrasti.

Tra tutti i tipi di Hanbok è sicuramente in quello matrimoniale che si possono osservare al meglio le abilità degli artigiani coreani, che con dettagli ed accessori, anch’essi tradizionali, curano al meglio la figura degli sposi.

Nel tempo passato (una storia di circa 2000 anni), pur mantenendo lo stesso modello, l’Hanbok differiva nei colori, nei disegni e negli accessori a seconda della classe sociale di appartenenza.

Se dunque prima vi era un uso popolare dell’Hanbok, oggi esso viene rivalutato come fenomeno di nicchia e in un certo senso di alta moda. Non è difficile trovare negozi specializzati di Hanbok nelle strade più importanti di Seoul, o nei più importanti centri commerciali, a fianco dei più noti marchi internazionali. Anche il prezzo ovviamente ne ha risentito, diventando sempre meno popolare…

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