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Nella più vasta manifestazione antigovernativa degli ultimi decenni, circa un milione di sudcoreani (260.000 secondo le forze dell’ordine) si sono riversati nelle strade centrali di Seoul chiedendo a gran voce le dimissioni della Presidente Park, coinvolta in uno scandalo che sembra accrescere la gravità delle sua azioni giorno dopo giorno.

Ricordiamo che, nelle ultime settimane, si è avuta conferma che Choi Soon-sil, amica di lunga data della Presidente Park, avrebbe avuto un ruolo di primissimo piano nelle decisioni politiche della Presidente, senza tuttavia ricoprire alcun incarico ufficiale di governo. Informazioni e documenti riservati, sono stati “maneggiati” da Choi Soon-sil e dai suoi accoliti, i quali avrebbero accresciuto in questo modo la loro influenza (e i loro portafogli) nel mondo del business. Dalle indiscrezioni rese pubbliche dalla stampa emerge il ritratto di una Presidente burattino nelle mani di un ristretto numero di persone che hanno fatto il “bello e il cattivo tempo” nel paese.

Circa 25.000 poliziotti sono stati schierati ma, al momento, non si registrano scontri tra manifestanti e forze dell’ordine.

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Scossone politico in Corea del Sud. Si sono svolte ieri, 13 aprile, le consultazioni elettorali per l’Assemblea Nazionale che hanno registrato la sconfitta del partito di maggioranza Saenury, formazione di centrodestra che esprime anche l’attuale Presidente.

Dei 300 seggi totali di cui si compone l’Assemblea Nazionale, 122 vanno al Saenury, 123 al principale partito di opposizione di centrosinistra, il Minjoo, 38 al People’s Party e 17 alle varie formazioni politiche minori. Il conservatori perdono la maggioranza parlamentare dopo ben sedici anni.

La Corea del Sud è una Repubblica Presidenziale e le elezioni per il parlamento hanno da sempre rappresentato un test elettorale molto importante per il Presidente in carica. Non c’è alcun dubbio che l’attuale Presidente Park Geun Hye sia uscita piuttosto malconcia da questa prova. All’interno del partito è già cominciata la resa dei conti in vista delle prossime elezioni presidenziali che si svolgeranno tra circa un anno e mezzo.

A penalizzare il partito attualmente al governo sono stati senz’altro i temi economici. Un tasso di disoccupazione al 5%, con quella giovanile al 12-13%, una precarizzazione del lavoro e della società sempre più galoppante e un livello del debito privato delle famiglie in aumento che hanno generato un malcontento sociale senz’altro maggiore che negli anni passati. Di scarsa rilevanza la questione nordcoreana e le tematiche di politica internazionale in genere.

Da sottolineare il risultato elettorale del People’s Party, nuova formazione politica indipendente di centrosinistra, fondata recentemente dall’ex imprenditore Ahn Cheol Soo che, con il terzo posto e i suoi 38 seggi, acquista un peso politico fondamentale per gli equilibri parlamentari sudcoreani in quanto nessun altro partito possiede la maggioranza assoluta. Il sostanziale bipartitismo che ha caratterizzato la storia democratica della Corea del Sud lascia il posto a un blando tripartitismo.

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L’Agenzia di stampa sudcoreana Yonhap ha reso nota l’esecuzione capitale eseguita in Corea del Nord del capo di Stato maggiore, il generale Ri Yong Gil, accusato di corruzione e altri reati. L’agenzia di stampa ha citato fonti anonime e precisato che l’esecuzione è avvenuta la scorsa settimana, durante il vertice congiunto del Partito dei lavoratori e della leadership militare presieduta dal leader Kim Jong Un.

Il generale Ri, capo di stato maggiore dal 2013, compariva fino al mese scorso al fianco di Kim nelle immagini delle ispezioni delle esercitazioni e di altri eventi ufficiali. Tre anni fa la stessa sorte era capitata all’allora capo delle Forze armate Hyon Yong Chol, accusato di essersi addormentato durante un evento e di non aver eseguito gli ordini che gli erano stati impartiti. Dall’inizio dell’anno, altri 15 funzionari pubblici sono stati condannati a morte in Corea del Nord.

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Clicca sull’immagine per scaricare gratuitamente l’ultimo commentary dell’ISPI sulla Corea del Nord.

 

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Il NIS, l’agenzia di intelligence sudcoreana, è di nuovo al centro del ciclone mediatico e giudiziario e, questa volta, la questione è direttamente collegata ad un evento accaduto in Italia.

Nei giorni scorsi, infatti, sono stati violati i database della Hacking Team S.r.l., azienda milanese operante nella progettazione di sistemi di sorveglianza informatica (e di malware), venduti principalmente ad agenzie di intelligence straniere, governi e organi di polizia.

Circa un milione di e-mail sono state trafugate dai server della società milanese il 6 luglio scorso, intrusione informatica per cui ad oggi risultano indagati dalla Procura di Milano sei ex dipendenti della società stessa per “accesso abusivo a sistema informatico e rivelazione di segreto industriale”.

Il governo di Seoul risulta presente nella lista dei clienti per il malware Rcs/Galileo, prodotto di punta dell’azienda. L’intelligence sudcoreana ha confermato di aver acquistato il software nel 2012 negando, come molti temono invece, di averlo utilizzato per controllare liberi cittadini e sottolineando di averne fatto uso esclusivamente per attività di controspionaggio nei confronti di agenti nordcoreani.

L’attuale scandalo si intreccia con quello precedentemente scoppiato nel 2013 relativo al coinvolgimento del NIS nelle elezioni presidenziali del 2012 e si infittisce ulteriormente dopo le notizie dell’ultim’ora: un agente dei servizi sudcoreani è stato trovato morto nella sua auto a Yongin, 50 Km a sud di Seoul. Le autorità inquirenti confermano il suicidio e comunicano il ritrovamento di una lettera scritta di proprio pugno dall’agente nella quale confermerebbe di aver utilizzato il software per attività di controllo realtive alla Corea del Nord.

Nell’immagine Lee Byung-ho, capo del NIS.

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La Corea del Nord ha testato un nuovo sistema missilistico sottomarino nei giorni scorsi. E’ quanto emerso da un articolo pubblicato ieri dalla KCNA, l’agenzia di stampa ufficiale nordcoreana.

Il comunicato non specifica la data e il luogo esatti del test ma, secondo gli analisti, dovrebbe essere avvenuto ieri al largo della città nordcoreana di Sinpo, sulla costa orientale.

Secondo l’intelligence americana e sudcoreana, la Corea del Nord sta sviluppando un nuovo sistema balistico sottomarino che potrebbe avere la portata di circa 2.500 tonnellate. Già nei mesi di dicembre e di febbraio sarebbero stati effettuati dei primi test. A destare maggiore preoccupazione è la possibilità che questi nuovi sistemi possano essere armati di testate nucleari di ridotte dimensioni.

Se queste notizie fossero confermate, in particolare sulla portata e la capacità del nuovo sistema, significherebbe che la Corea del Nord godrebbe di un sistema balistico sottomarino più progredito della Corea del Sud. La marina sudcoreana, infatti, ha in progetto la costruzione di sei nuovi sottomarini con portata massima di 3.000 tonnellate che vedrebbero però la luce solo tra il 2027 e il 2030.

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La Presidente sudcoreana Park Geun-Hye ha accettato questa mattina le dimissioni del Primo Ministro Lee Wan-Koo, coinvolto in un’indagine per finanziamenti illeciti ricevuti, secondo l’accusa, da Sung Wan-jong, imprenditore già sotto inchiesta per frode e corruzione, morto suicida recentemente.

Con questa mossa, la Park e il suo partito Saenury sperano di riguadagnare il consenso perso negli ultimi mesi che vede l’indice di gradimento sceso al 36%, a meno di un anno dalle prossime elezioni con le quali si rinnoveranno 300 seggi dell’Assemblea Nazionale.

Il Primo Ministro ha sempre negato di aver ricevuto fondi illeciti e di avere avuto rapporti con l’imprenditore, ma la pressione è aumentata notevolmente dopo la divulgazione di nuovi dettagli dell’indagine da cui emergerebbe, invece, un legame molto profondo tra i due.

Secondo la legge sudcoreana che regola i finanziamenti delle campagne elettorali, l’importo massimo dei contributi non può superare i 100.000 Won (circa 90 Euro).

Lee Wan-Koo è il secondo Primo Ministro a dover rassegnare le dimissioni durante la presidenza Park. Non è ancora noto il nome del suo successore.

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Dopo cinque anni di negoziati, Corea del Sud e Stati Uniti hanno sottoscritto ieri, 22 aprile, un importante accordo di cooperazione nel campo dell’energia nucleare civile.

Le nuove norme permetteranno a Seoul di produrre autonomamente il combustibile nucleare necessario per le 23 centrali nucleari attualmente attive in Corea del Sud.

La produzione “in casa”, nonché la relativa ricerca e sviluppo, permetterà alla Corea del Sud di essere più libera e competitiva nel mercato globale della produzione di componenti e impianti nucleari. Ad oggi, infatti, prodotti e materiali nucleari potevano essere esportati verso paesi terzi soltanto con il consenso americano. Formalmente, ciò era dovuto alla parziale presenza di tecnologia americana nei prodotti finiti sudcoreani.

L’accordo, per quanto si aspetta il governo sudcoreano, dovrebbe favorire l’industria nazionale nell’esportazione di componenti, prodotti e impianti nucleari nel resto del globo.

La Corea del Sud continua a puntare sul nucleare nei suoi confini, ma si pone ormai ai vertici come esportatore di tecnologia e costruttore di impianti nucleari per conto di paesi terzi, in diretta competizione con Francia e Giappone. Al momento sono in costruzione quattro nuovi impianti in Arabia Saudita, mentre sono in corso di approvazione altri progetti in Vietnam ed Egitto.

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Nell’immagine, Kim Moo-sung.

Nonostante le schiaccianti vittorie elettorali degli ultimi anni (elezioni presidenziali, legislative, amministrative), il partito della Presidente Park, il Saenury, sembra avviato a vivere una stagione politica piuttosto calda, dovuta alle divisioni che stanno emergendo tra i vertici del movimento.

Le origini dello scontro, pur essendo molto risalenti, sono diventate evidenti con l’elezione di Kim Moo-sung alla presidenza del partito, scavalcando per circa 8 punti percentuali l’uomo di fiducia della Park, Suh Chung-won. Il primo banco di prova per la tenuta del partito, e per l’autorità della Presidente, si è materializzato con la proposta di riforma del sistema politico sudcoreano e dei poteri del Presidente della Repubblica. Il neo presidente del Saenury, durante un viaggio in Cina, e senza preventivo accordo con gli uffici della Presidenza, ha annunciato che entro fine anno verrà depositata all’Assemblea Nazionale una proposta di legge che ridurrà significativamente le prerogative e i poteri presidenziali, trasformando di fatto una Repubblica presidenziale qual è quella sudcoreana, in una Repubblica semi-presidenziale “alla francese”. La proposta di legge, avversata dalla Presidente Park, è sostenuta da circa 150 parlamentari. A provocare l’ira della Presidenza non è solo la proposta in sé ma anche le modalità con cui questa è stata ufficializzata.

Dal momento della sua elezione alla presidenza del Saenury, Kim Moo-sung ha incrementato notevolmente la sua visibilità ed è parso particolarmente attivo anche a livello internazionale. Non è un caso che lo stesso abbia annunciato la proposta di legge durante il citato viaggio in Cina, nell’ambito del quale ha incontrato il Presidente della Repubblica Popolare cinese Xi Jinping. Questo incontro assume particolare rilevanza se consideriamo che Kim Moo-sung è un importante esponente politico ma non è certo un membro del governo. L’ambizioso Kim gioca d’anticipo e mira ad assumere la più alta carica dello Stato alle prossime elezioni presidenziali del 2017. Una mossa tanto repentina quanto indigesta, e poco elegante, per la Presidente in carica Park.

In un sondaggio effettuato prima dell’incoronamento al vertice del partito, Kim Moo-sung emergeva come secondo miglior candidato per le presidenziali del 2017, subito dopo l’attuale sindaco di Seoul Park Won-soon. E’ certo, tuttavia, che l’attuale visibilità, e il protagonismo che la contraddistingue, farà aumentare le chances di Kim, ma esacerberà ancor di più le tensioni all’interno del Partito e i rapporti con la Presidente Park, la quale mostra i primi segni di debolezza politica.

 

 

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Il 16 e 17 ottobre prossimi si svolgerà a Milano, nel quadro del semestre di Presidenza italiana del Consiglio dell’Unione Europea, il summit Asia-Europe Meeting (ASEM). Al vertice parteciperanno i 13 membri dell’ASEAN, i 28 membri dell’Unione Europea, la Commissione Europea, ed altri paesi asiatici ed europei (Corea del Sud, Giappone, Cina, India, Russia).

Creato nel 1996, l’ASEM si svolge con cadenza biennale alternativamente tra una sede europea ed una asiatica. Dopo la Cina (2008), il Belgio (2010) e il Laos (2012), giunge a Milano per la sua decime edizione, con gli stessi obiettivi di sempre: rafforzare la cooperazione politica ed economica tra i due blocchi regionali. Il summit vedrà partecipare oltre cinquanta paesi (rappresentanti il 50% del PIL mondiale e il 60% della popolazione) ed avrà al centro dell’agenda il tema di una “Responsible Partnership for Sustainable Growth and Security”. Il vertice sarà presieduto da Herman van Rompuy, Presidente del Consiglio europeo, e da Jose Manuel Barroso, Presidente della Commissione europea. Dalla Corea del Sud arriveranno la Presidente Park e il Ministro dell’Industria.

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Nell’immagine, il nuovo Ministro dell’Economia, Choi Kyung-hwan.

A pochi giorni di distanza dalle elezioni amministrative, la Presidente Park ha avviato un corposo rimpasto di governo. I membri del governo rimpiazzati sono stati sette.

La carica più importante sul tavolo delle nomine era quella del Ministero dell’Economia, aggiudicata al deputato del Saenury Party Choi Kyung-hwan, il quale ottiene anche la carica di vice Primo Ministro. A detta degli analisti e dei media sudcoreani, questa nomina rappresenta la continuazione dell’attuale politica economica della presidenza Park, ma mira al tempo stesso a dare un’immagine di svolta, obiettivo affidato a un uomo di fiducia.

Il nuovo Ministro dovrà affrontare importanti riforme in un contesto diventato più complicato per due importanti partner come la Cina, alle prese con un rallentamento economico, e gli Stati Uniti, dove gli stimoli economici della Federal Reserve sono sempre più limitati. Una sfida importante è costituita dal calo dei consumi interni generati, secondo molti analisti, dal grave incidente del traghetto Sewol, costato la vita a centinaia di persone, in gran parte studenti, e considerato dramma nazionale di tale portata da influenzare il mercato interno. Secondo molti, il nuovo Ministro avvierà una politica di deregolamentazione atta a favorire una ripresa degli investimenti e la creazione di nuovi posti di lavoro. Alcuni prevedono una politica di forti stimoli economici e un aumento della spesa pubblica.

Gli altri nuovi membri del governo sono: Kim Myung-soo, professore della Korea National University, al Ministero dell’Educazione; Jung Jong-sup, docente di diritto alla Seoul National University, al Ministero della Sicurezza e della Pubblica Amministrazione; Choi Yang-hee, anche lui docente della Seoul National University, al Ministero della Scienza; Lee Gi-gwon, da Vice Ministro viene promosso a Ministro del Lavoro; Lee Gi-gwon, deputato del Saenury Party, è stato nominato Ministro delle Pari Opportunità. A queste nuove nomine vanno aggiunte quelle del giorno precedente, relative ai membri del Gabinetto di Presidenza.

Rimane in standby, in attesa del voto di fiducia parlamentare, la nomina del nuovo Primo Ministro, Moon Chang-keuk, ex giornalista, in questi giorni nell’occhio del ciclone a causa di sue passate dichiarazioni sul colonialismo giapponese e sullo sfruttamento sessuale delle donne durante quel periodo. Si tratta di questioni molto delicate che possono scatenare l’opinione pubblica sudcoreana che, come dimostrano molti casi passati, quando viene colpita non perdona.

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Il 4 giugno scorso gli elettori sudcoreani sono stati chiamati alle urne per importanti elezioni comunali e regionali.

A conti fatti, nessuno dei due principali schieramenti politici pare poter esultare per un netta vittoria. Tuttavia, la Presidente Park può tirare un sospiro di sollievo: il “Saenury”, partito di maggioranza al governo nazionale, mantiene una forte base di consenso, che rappresenta comunque un buon successo per un partito al governo. Il partito di centro-destra, infatti, si conferma alla guida della regione del Gyeongsang-do e della città di Busan, e vince nella regione di Gyeonggi-do e nella città di Incheon. In pratica, il Saenury ottiene un risultato migliore delle aspettative.

Aspettative deluse, invece, dalla “Nuova Alleanza Politica per la Democrazia”, nuova denominazione del partito di opposizione di centro-sinistra, che ancora una volta non riesce a capitalizzare e ad avvantaggiarsi delle debolezze e degli errori commessi dal governo nazionale. Il centro-sinistra, comunque, si conferma alla guida della capitale Seoul, riconquista la città di Daejon, vince anche a Gwangju e Jeolla-do. Si tratta, comunque di risultati poco incoraggianti in vista delle elezioni legislative del 2016.

Nell’immagine che precede (fonte Korea Herald), un sintesi dei risultati elettorali.

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Nell’immagine, uno scorcio del parco industriale di Kaesong.

E’ una piccola rivoluzione per un paese non certo noto per la libertà di accesso ad internet: Seoul e Pyongyang hanno raggiunto, in questi giorni, un accordo che permetterà il collocamento di 20 PC nel parco industriale intercoreano di Kaesong. I PC saranno connessi ad internet e potranno accedere a server esteri. Si tratta di un servizio utilizzabile dalle aziende operanti nel distretto e dunque rivolto unicamente ai cittadini sudcoreani che quotidianamente oltrepassano il 38^ parallelo per lavorare a Kaesong. Ad oggi le aziende sudcoreane poteva comunicare con la loro casa madre al sud soltanto per telefono o fax. Il servizio sarà implementato dalla compagnia sudcoreana Korea Telecom e dalla omologa nordcoreana North Korea’s Post and Telecommunications Corp.

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La Presidente sudcoreana Park Geun-hye ha incontrato il Primo Ministro indiano Manmohan Singh nell’ambito di un vertice istituzionale bilaterale che si è svolto a New Delhi in questi giorni. I due leader hanno deciso di imprimere più forza sull’acceleratore delle relazioni economiche e diplomatiche.

Tra India e Corea del Sud è attualmente in corso un “Comprehensive Economic Partnership Agreement”, più brevemente CEPA, una tipologia di trattato internazionale commerciale che in molti casi rappresenta un trampolino di lancio per un successivo Accordo di Libero Commercio. A Seoul, l’upgrade dell’attuale trattato in un Accordo di Libero Commercio, rappresenterebbe una grossa opportunità per molte aziende sudcoreane di accedere con meno vincoli burocratici, fiscali e doganali ad un mercato composto da oltre un miliardo di abitanti, con una classe media in costante espansione. Attualmente, l’India è il dodicesimo partner commerciale della Corea del Sud; è già un partner importante dunque, ma la strada da percorrere è ancora lunga, e molte imprese sudcoreane ritengono ancora molto difficile e rischioso investire nel paese. Al ruolo economico dell’India si aggiunge la sua posizione strategica e geopolitica, dettaglio rilevante per un paese come la Corea del Sud che ha riscosso notevole successo negli ultimi anni nella regione del sud-est asiatico e dell’asia centro-settentrionale, ma che deve ancora consolidare posizioni nell’area del subcontinente indiano.

In un comunicato stampa congiunto, i due leader hanno riassunto i risultati del vertice. Di particolare interesse è la volontà delle due parti di lavorare ad una revisione dell’attuale trattato che, in primo luogo, possa prevenire la doppia imposizione fiscale. Durante il vertice è stato inoltre sottoscritto un accordo di cooperazione nel settore della difesa per la protezione delle informazioni militari, cui seguiranno, a cadenza regolare, incontri bilaterali a livello ministeriale. L’India ha inoltre garantito uno snellimento delle procedure di rilascio dei visti per favorire un maggiore scambio culturale e sociale tra i due paesi. Infine, anche in ambito scientifico, IT, ed energia nucleare i due paesi hanno promesso maggiori interazioni.

Come consuetudine, alle missioni diplomatiche sudcoreane partecipano anche importanti imprese private, a dimostrazione di come in Corea del Sud al liberismo si coniughi una buona dose di politica e strategia industriale pubblica, punto di forza di un paese che ha fatto scuola per i successi economici raggiunti negli ultimi decenni. A dimostrazione di ciò, accordi sottoscritti parallelamente al vertice diplomatico faciliteranno gli investimenti in India del conglomerato sudcoreano POSCO. La compagnia coreana aveva sottoscritto, nel 2005, un accordo con lo Stato indiano dell’Odisha relativo alla costruzione di un impianto industriale per la produzione di acciaio, progetto non ancora realizzato per problemi di natura amministrativa, risolti, a quanto pare, grazie ad interventi dall’alto.

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Il Korea Institute for Health and Social Affairs ha svolto un’indagine sull’appartenenza politica dei sudcoreani, registrando una diminuzione dei cittadini che si collocano tra i “liberal” (nella classica accezione anglosassone del termine) e una contestuale crescita dei moderati e dei conservatori.

L’indagine ha preso come punto di riferimento il triennio 2010-2013. Nel 2010 su circa 600 intervistati il 28,94% di essi si collocava tra i “liberal”, il 34,05% tra i moderati e il 30,46% tra i conservatori, la parte residua degli intervistati si collocava in aree politiche nettamente minoritarie. A distanza di tre anni, nel 2013, le percentuali dei “liberal” scendono al 24,10%, mentre i moderati e i conservatori salgono rispettivamente al 38,22% e al 34,75%. Il “centro” rimane, dunque, l’area politica più importante dell’elettorato sudcoreano.

Secondo gli analisti dell’Istituto che ha svolto l’indagine, l’erosione di consenso per la sinistra è determinata dalla grandi questioni della sicurezza nazionale, in primo luogo dalla preoccupazione per le minacce provenienti ormai a cadenza regolare dalla Corea del Nord. A ciò, vanno aggiunti l’avanzamento dell’età media della popolazione sudcoreana e la crisi delle nascite che, come in molti altri paesi, favorisce le forze politiche di centro e di centrodestra.

Attualmente, secondo il Korea Society Opinion Institute, il tasso di gradimento verso il Democratic Party (centrosinistra) è quotato circa 20 punti al di sotto del Saenury Party (centrodestra, attualmente alla guida del paese). Secondo gli analisti, il progetto avviato da Ahn Cheol-soo (un candidato “indipendente” delle scorse elezioni presidenziali, riformista), volto alla creazione di un nuovo partito, potrebbe favorire il recupero di una grossa fetta dell’elettorato attingendo alla vasta area politica del centro, che è notoriamente contraddistinta da un voto di opinione più flessibile e variabile, e attraendo al tempo stesso l’elettorato più “liberal”. In sostanza, se il centrosinistra vuole tornare alla guida del paese, deve guardare al centro.

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La Corea del Sud ha ridefinito il piano energetico nazionale con un ribasso della quota di energia nucleare. Il precedente piano, elaborato dal Governo nel 2008, prevedeva per l’atomo una quota del 41% sull’intero fabbisogno energetico del paese, con un obiettivo temporale al 2035. Stando ai nuovi dati rilasciati nei giorni scorsi dal Ministero dell’Energia, il target è destinato a scendere, sempre nel 2035, al 29%. Ma questo dato non deve ingannare. A determinare l’apparente ridimensionamento è la domanda crescente di energia: a parità di produzione, con una domanda maggiore, la quota non può che declinare.

Il Governo, dunque, non “ripensa” il nucleare, al contrario. In Corea del Sud operano attualmente 23 impianti nucleari a cui si aggiungeranno altri 11, di cui 5 già in fase di costruzione. Ma questo incremento non basta. Alcuni dei vecchi reattori andranno chiusi nei prossimi anni, anche a causa degli scandali che hanno coinvolto negli ultimi due anni (corruzione e falsi certificati di sicurezza) la Korea Electric Power Corp (KEPCO), società statale che gestisce gli impianti.

Secondo Roh Dong Seok, analista del Korea Energy Economics Institute, la Corea del Sud dovrebbe mettere in cantiere altri 6 impianti oltre a quelli già progettati e in fase di costruzione. Per il parlamentare dell’opposizione Lee Won Wook, l’obiettivo del 29% potrà essere raggiunto portando il numero totale di impianti a 45. A questo proposito, durante l’audizione all’Assemblea Nazionale, il Ministro dell’Energia non ha specificato di quante centrali la Corea del Sud avrà bisogno nel 2035 e quante, di nuove, dovranno essere implementate per raggiungere il target prefissato, subordinando la decisione al numero dei reattori in fase smantellamento.

Lo scandalo dei falsi certificati che ha colpito la KEPCO e il grave incidente nucleare di Fukushima hanno influenzato negli ultimi anni l’opinione pubblica sudcoreana sulla questione nucleare e sui rischi connessi. In un sondaggio del marzo 2013 (Hangil Research) il 63% degli intervistati considerava gli impianti nucleari sudcoreani pericolosi. Secondo un altro sondaggio della Korean Federation for Environmental Movement, reso pubblico lo scorso novembre, lo stato degli impianti preoccupa il 77,8 degli intervistati.

Pubblicato anche su Notizie Geopolitiche.

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La Corea del Nord ha ufficialmente comunicato oggi l’avvenuta esecuzione di Jang Song Thaek, vicepresidente della Commissione Nazionale di Difesa, nonché zio del leader nordcoreano Kim Jong Un. L’esecuzione sarebbe avvenuta nella giornata di ieri, 12 dicembre 2013, a seguito della sentenza emessa da un Tribunale Militare che lo dichiarava colpevole di attività controrivoluzionarie.

 Jang Song Thaek, infatti, si sarebbe reso colpevole di aver creato un suo “clan” all’interno delle strutture di potere nordcoreane, allo scopo di perseguire fini privati “cercando di rovesciare lo Stato attraverso intrighi e metodi spregevoli con un ambizione sfrenata a raggiungere il vertice del partito e dello Stato”, ha riferito la Korea Central News Agency.

Secondo Suh Sang Kee, Presidente della Commissione Servizi Segreti dell’Assemblea Nazionale sudcoreana, Jang Song Thaek sarebbe stato fucilato, stessa sorte toccata recentemente ai suoi due collaboratori. Sempre secondo Suh Sang Kee, tutto ciò dimostrerebbe una sostanziale debolezza di Kim Jong Un rispetto a suo padre, nonché predecessore, Kim Jong Il, e vedrebbe il giovane leader nordcoreano ancora alla prese in una lotta intestina per il consolidamento del sua posizione.

Pubblicato anche su Notizie Geopolitiche.

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Nell’immagine (Yonhap), gruppi conservatori manifestano contro il prete Park Chang-shin.

La battaglia continua. La manifestazione organizzata dai cattolici sudcoreani il 22 novembre scorso, di cui ho scritto in un precedente post,  ha causato un’ondata di polemiche che rischia di degenerare in una nuova caccia alle streghe.

I fatti: subito dopo la citata manifestazione del 22 novembre, gruppi conservatori avevano espresso forti critiche verso alcuni esponenti della Chiesa cattolica sudcoreana, accusandoli di fare propaganda in favore della Corea del Nord. A ruota sono arrivate le forti critiche del Ministro della Difesa e della stessa Presidente Park Geun-hye, la quale ha affermato che “non saranno tollerati tentativi di divisione sociale e commenti che indeboliscono l’unità nazionale”.

Oggi, la magistratura sudcoreana ha comunicato che il sacerdote Park Chang-shin è stato formalmente posto sotto indagine per violazione della Legge per la Sicurezza Nazionale, la quale proibisce le attività pro Corea del Nord. Il sacerdote è accusato di aver giustificato l’attacco nordcoreano del 2010 contro le isole sudcoreane di Yeonpyeongdo, a seguito del quale erano deceduti due civili e due militari.

Contro il prete incriminato si sono scagliati anche alcuni membri della Chiesa, i quali lo hanno accusato di generare disordini non solo nel paese ma all’interno della Chiesa stessa, tanto che parrebbe essere al momento al vaglio una possibile denuncia presso gli organi competenti del Vaticano.

Questa “spy story” in salsa coreana, che ha visto il coinvolgimento dei servizi segreti nell’ultima tornata elettorale, dura ormai da molti mesi, rendendo il clima politico sudcoreano sempre più teso. Il solco tra forze conservatrici e forze progressiste è sempre più profondo e l’atmosfera politica generale sempre più irrespirabile. 


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Nell’immagine, la manifestazione del 22 novembre.

Il coinvolgimento del NIS (National Intelligence Service) nell’ambito delle ultime elezioni presidenziali sudcoreane, di cui ho già più volte parlato in precedenti post, continua ad essere nell’occhio del ciclone, perlomeno tra chi ritiene che in un paese democratico i servizi segreti debbano occuparsi di sicurezza nazionale senza “fare politica”.

Secondo notizie delle ultime ore, i magistrati che indagano sul fatto avrebbero trovato nuove prove a carico del NIS e dei suoi agenti, prove che farebbero emergere un coinvolgimento “scientifico” dei servizi nell’ultima tornata elettorale. Pare sempre più difficile per il NIS sostenere essersi trattato soltanto di alcune mele marce all’interno delle sue strutture.

In dettaglio, sarebbero circa 1,2 milioni i Tweets disseminati dal NIS, tra questi circa 27.000 sarebbero i messaggi originali, poi oggetto di Retweets. Gli investigatori sospettano che il NIS abbia utilizzato dei Twitterbots, programmi che automaticamente ritwittano dei messaggi originali tramite dei falsi account, in genere molto utilizzati anche per la diffusione di messaggi spam.

Nel frattempo, continuano le manifestazioni di protesta. Molto attiva, la Chiesa cattolica sudcoreana che già in passato aveva avuto modo di criticare il NIS e la neo Presidente Park Geun Hye. Ieri i cattolici coreani sono tornati alla carica, e i sacerdoti della Catholic Priests’ Association for Justice (CPAJ) hanno manifestato davanti alla cattedrale di Gunsan, definendo le ultime elezioni illegali e chiedendo a gran voce le dimissioni della Presidente Park.

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Il ministro della Pubblica Amministrazione sudcoreano, Yoo Jeong-bok, ha sottoscritto ieri con il presidente Birmano Thein Sein un memorandum d’intesa con l’obiettivo di promuovere in Birmania il Saemaeul Undong, noto in inglese come “New Community Movement”. Il Saemaeul Undong era un programma lanciato dal Presidente Park il 22 aprile 1970, con l’obiettivo di modernizzare l’economia rurale della Corea del Sud, basandosi sul tradizionale comunitarismo della civiltà contadina coreana, sulla cooperazione e sull’autogoverno delle comunità rurali. Secondo molti, il programma fu uno dei pilastri della rinascita economica del paese degli anni ‘70 e ‘80, grazie alle ingenti opere compiute nella costruzione di nuovi sistemi di irrigazione e di nuove infrastrutture nelle campagne coreane. Tale modello è stato successivamente adottato da circa 70 paesi e nel 2008 l’Economic Commission for Africa delle Nazioni Unite l’ha inserito nel programma Sustainable Modernization of Agriculture and Rural Transformation (SMART).

Con la stipula del Memorandum la Corea del Sud ha garantito un investimento iniziale di 22 milioni di dollari per aiutare la Birmania nello sviluppo di questo progetto.

Il punto focale dell’iniziativa in Brimania è quello di creare un efficiente sistema cooperativo agricolo. Il governo sudcoreano fornirà inoltre propri funzionari per formare degli esperti locali e realizzare progetti dimostrativi.

A seguito delle graduali aperture compiute dal regime militare birmano, i rapporti bilaterali fra i due paesi si sono intensificati. L’ex Presidente sudcoreano Lee Mynung-bak è stato il primo presidente a visitare la Birmania dal 1983, nel mese di maggio 2012. Il Presidente birmano ha successivamente visitato la Corea del Sud a ottobre dello stesso anno.

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Le isole sudcoreane di Dokdo (Takeshima per i giapponesi) non conoscono pace, e sono costantemente al centro delle diatribe politiche fra Corea del Sud e Giappone, tanto più adesso, con un Giappone guidato da Shinzo Abe, uno degli esponenti più nazionalisti del partito Liberaldemocratico.

Già primo ministro dal settembre 2006 al settembre 2007, Abe è tornato al potere nel 2012, e le recenti elezioni parziali alla Camera Alta hanno confermato il favore di cui gode tra i suoi cittadini. L’aggressiva assertività in politica estera che contraddistingue l’attuale governo giapponese, non poteva che far ritornare a galla gli antichi e mai sopiti dissapori fra i due vicini. A contorno delle rivendicazioni sulle isole Dokdo, ricordiamo che il Giappone avanza attualmente delle rivendicazioni territoriali anche nei confronti della Russia, per quelli che vengono da Tokyo denominati “territori del nord” (per i russi isole Curili), un gruppo di isole situate a nord dell’Hokkaido giapponese. Altrettanto tesi i rapporti con Cina e Taiwan, che rivendicano entrambe le isole Senkaku (Diaoyu in cinese), estrema propaggine meridionale dell’arcipelago nipponico.

Questa volta, ad allarmare l’opinione pubblica e l’amministrazione sudcoreana è stato un sondaggio commissionato dal governo di Tokyo nel mese di luglio, avente ad oggetto proprio la spinosa questione Dokdo. Il 2 agosto sono stati pubblicati i risultati: secondo il 61% dei giapponesi intervistati le isole costituirebbero parte integrante del Giappone sotto il profilo storico e giuridico.

Per il Giappone la questione non riguarda solo le potenziali risorse del sottosuolo marino nell’area, ma genera riflessi molto importanti nella politica interna, soprattutto in periodo elettorale. I contenziosi aperti e la ben più grave questione nordcoreana hanno spinto negli ultimi anni il Giappone verso un cambio di rotta nella propria politica estera e di difesa. L’idea del premier Abe è molto chiara: riformare la Costituzione, che oggi impedisce al paese qualsiasi operazione offensiva, e dotare il paese di un vero esercito, trasformando quelle che adesso, anche nel nome, sono soltanto “Forze di autodifesa”.

Il sondaggio è stato letto dall’opinione pubblica sudcoreana e dal governo in chiave ovviamente provocatoria e come immediata reazione, il Ministero degli Esteri sudcoreano ha convocato un alto funzionario dell’ambasciata giapponese per esprimere le proprie rimostranze.

Ancora una volta dunque, queste isole dalle minuscole dimensioni ma dal grande valore simbolico sono oggetto di scontro tra i due paesi, e potrebbero causare un ulteriore slittamento di un meeting bilaterale tra la Presidente sudcoreana Park e Shinzo Abe. A cinque mesi dall’insediamento della Park, infatti, i due non si sono ancora incontrati, e questo la dice lunga sullo stato delle relazioni internazionali tra Corea del Sud e Giappone.

 

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Secondo un articolo del Washington Post il governo del Laos ha avviato i rimpatri forzosi dei rifugiati nordcoreani fermati nel paese.

E’ ben risaputo che per anni molti nordcoreani abbiano raggiunto la Corea del Sud attraverso il Laos, la Thailandia e la Cambogia, dopo aver lasciato il territorio cinese.  Fino a tempi recenti, il governo laotiano aveva chiuso un occhio su questo fenomeno, che del resto aveva un importante risvolto economico: fermati dalla forze di sicurezza laotiane, i rifugiati era liberi di raggiungere l’Ambasciata sudcoreana di Vientiane (la capitale del Laos) in cambio di denaro.

Improvvisamente, nel mese di maggio, il governo del Laos ha rimpatriato verso la Corea del Nord nove rifugiati, tutti  minorenni.

Con paesi dalle politiche opache come Laos e Corea del Nord, è difficile giungere a delle conclusioni, ma il Washington Post e altri media internazionali hanno offerto dopo l’accaduto alcune interpretazioni. Una di queste è che la Corea del Nord stia effettuando un forte pressing sui paesi del sud-est asiatico, anche con incentivi economici, per fermare questo fenomeno sempre più in crescita. Un’altra interpretazione è tutta di matrice interna e troverebbe le cause di questo cambio di rotta in un inasprimento generale dello stato di polizia laotiano, come dimostrato anche dalla “scomparsa” misteriosa di un noto dissidente interno dopo essere stato visto in una stazione di polizia a Vientiane.

Ma la Corea del Nord non sembra capace di poter esercitare con efficacia le sue pressioni sul Laos e del resto anche la matrice interna appare difficilmente collegabile alle nuove politiche nei confronti dei rifugiati nordcoreani.  Più che la Corea del Nord, potrebbe essere quindi la Cina il vero artefice delle nuove politiche laotiane. Nell’ultimo decennio la Cina ha investito massicciamente nel sud-est asiatico e in Laos (in particolare nel settore energetico e nelle infrastrutture) sino a rimpiazzare il principale attore regionale, il Vietnam, e potenziando anche i legami nel campo delle difesa comune. La politica estera cinese è apparsa sempre più assertiva nei confronti dei suoi alleati regionali, obbligandoli già negli scorsi anni a rimpatriare in Cina i dissidenti interni e i rifugiati Uiguri (la minoranza turcofona e islamica che vive nel nord-ovest della Cina). Le politiche di rimpatrio di questi rifugiati sono state ampiamente condannate dall’UNHCR, l’Alta Commissione delle Nazioni Unite per i Rifugiati.

All’interno di questo quadro è dunque possibile che il Laos abbia subito forti pressioni dalla Cina per rimpatriare i rifugiati a Pyongyang. E’ necessario considerare, infatti, che il problema non riguarda soltanto la Corea del Nord, ma anche in maniera diretta la Cina, in quanto i rifugiati prima di raggiungere Laos o Cambogia, fuggono dalla Corea del Nord attraverso il confine settentrionale con la Cina. La presenza dei rifugiati nel proprio territorio e in particolare nel nord-est è vista da Pechino come altamente destabilizzante per l’area, e il comportamento delle autorità nei confronti dei defettori arrestati nel paese è ben noto da anni: immediato rimpatrio.  

La decisione del governo laotiano rende ancora più difficile la situazione dei rifugiati attualmente presenti nell’Ambasciata sudcoreana di Vientiane, circa venti.

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Il National Intelligence Service (il servizio segreto sudcoreano) continua purtroppo ad essere, in un modo o nell’altro, al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica sudcoreana, nell’ambito di uno scontro politico molto pesante.

Nell’attuale fotografia della situazione politica sudcoreana, si intravede una partita a tre: il Saenury Party (partito di maggioranza di centrodestra), il Democratic Party (principale partito di opposizione di centrosinistra) e il National Intelligence Service. In questa partita, il Saenury ha tirato fuori nelle ultime ore un asso dalla manica: le trascrizioni dei colloqui tenutisi tra l’ex Presidente Rho (centrosinistra) e il leader nordcoreano Kim Jong Il durante il summit inter-coreano del 2007. L’oggetto dei colloqui avrebbe riguardato anche la spinosa questione della “Northern Limit Line”, ovvero i confini marittimi nel Mar Giallo, ancora contesi tra Nord e Sud. Dalle trascrizioni sarebbe emersa l’intenzione del Presidente Rho di modificare lo status quo e di dar vita nelle zone contese ad “un’area di cooperazione pacifica”. Un chiaro sintomo di arrendevolezza verso la Corea del Nord, accusano i parlamentari del Saenury Party.

Ma vediamo nel dettaglio come si è andata sviluppando l’attuale situazione. Ho già parlato nei giorni scorsi del duplice scandalo che coinvolge da mesi il servizio segreto sudcoreano (NIS), dapprima con le accuse di aver “disturbato” il regolare svolgimento delle elezioni presidenziali con attività illegali di spionaggio, in seguito con le accuse di corruzione rivolte all’ex capo dei servizi, nonché braccio destro dell’ex Presidente Lee.

Ieri, il NIS ha declassificato dei documenti riservati della Presidenza Rho, tra i quali le incriminate trascrizioni di cui si parlava prima. Secondo la normativa sudcoreana, tali documenti segreti possono essere declassificati soltanto con l’approvazione, a maggioranza qualificata e rafforzata dei 2/3, dell’Assemblea Nazionale, e ciò al chiaro scopo di evitare un “utilizzo politico” degli stessi nelle relazioni tra maggioranze e opposizioni.

Il NIS si trova dunque pericolosamente al centro di una lotta molto dura fra maggioranza e opposizione, ma cosa ancora più grave è che in questa vicenda vi sia un terzo attore politico, e sottolineo “politico”, il NIS stesso. E’ chiaro il tentativo di distogliere l’opinione pubblica dagli ultimi scandali che lo vedono sul banco degli imputati, ma è ancora più chiaro il messaggio, in tipico stile mafioso, lanciato all’opposizione: zitti perché gli armadi, si sa, son sempre pieni di scheletri. 

Assordante, e denso di significato, il silenzio del Presidente Park.

 

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E’ crescente l’imbarazzo ai vertici del National Intelligence Service (i servizi segreti sudcoreani) e del governo per le ultime rivelazioni che riguardano la persona di Won Sei-hoon, a capo dei servizi sudcoreani per quattro anni, fino allo scorso dicembre, quando fu costretto alle dimissioni per un suo diretto coinvolgimento nel gravissimo caso di spionaggio illegale che avrebbe avuto luogo durante le ultime elezioni presidenziali.

Secondo l’Agenzia di Stampa Yonhap, Won Sei-hoon sarebbe ora sotto indagine in un caso di corruzione personale. Avrebbe utilizzato la sua posizione per favorire un’impresa edile in una gara d’appalto.

Durante una perquisizione effettuata dalla Procura Centrale di Seoul presso il quartier generale dei servizi, sarebbero stati rinvenuti documenti contenenti una vastissima lista di elargizioni ricevute da Hwang Bo-yeon, amministratore della Hwangbo Construction, tra cui borse ed abiti di lusso, gioielli in oro, decine di milioni di Won. Secondo la Procura l’ex capo dei servizi segreti avrebbe esercitato forti pressioni sulla Korea Forest Service (l’azienda di stato che aveva indetto la gara) per far aggiudicare l’appalto alla Hwangbo Construction.

L’aspetto più inquietante della vicenda è che Won Sei-hoon, oltre ad essere stato ai vertici dei servizi, era molto vicino all’ex Presidente Lee Myung-bak (era stato suo vice quando l’ex Presidente era sindaco di Seoul), ed era stato accusato durante l’ultima campagna elettorale presidenziale di aver ordinato ad agenti del NIS di avviare una campagna internet contro il candidato del centrosinistra, tramite falsi commenti ed insinuazioni; il tutto allo scopo di influenzare pesantemente l’opinione pubblica e favorire il successo elettorale dell’attuale Presidente Park.

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Le informazioni e gli aggiornamenti sull’attuale crisi coreana si susseguono ormai vorticosamente, con un costante crescendo di minacce e contro-minacce. La situazione è tale che persino i media del nostro paese, sempre disattenti alle questioni di politica internazionale, in particolare della regione asiatica, sembrano aver scoperto improvvisamente l’esistenza della penisola coreana, pur confondendo ancora, in alcuni casi, la Corea del Nord con la Corea del Sud, o parlando di minacce provenienti dalla “Corea” senza specificare di quale Corea si stia parlando.

Comunque, al di la di questa breve premessa, fare il punto della situazione diventa sempre più complesso, visto che i comunicati del KCNA (Agenzia di stampa governativa nordcoreana) si susseguono ai comunicati del Dipartimento di Stato americano e della “Casa Blu” sudcoreana in una spirale che non accenna a fermarsi. A ciò si aggiunga la consistente differenza dei fusi orari.

Stando alle ultime notizie, gli Stati Uniti implementeranno un sofisticato sistema di difesa anti-missile a Guam (isola del Pacifico, presidio militare americano per l’intera area Asia-Pacifico), in risposta alle minacce balistiche della Corea del Nord alle basi militari americane; è quanto riferito ieri dal Pentagono. Il sistema di difesa Terminal High Altitude Area (THAAD) è un sistema terra-aria progettato per distruggere missili a corto e medio raggio. Solo due batterie del sistema, prodotto dalla Lockheed Martin, sono attualmente dispiegate, entrambe a Fort Bliss, in Texas.

In risposta, la Corea del Nord sta vietando ai lavoratori della Corea del Sud di entrare nel complesso industriale comune di Kaesong (in Corea del Nord) nei pressi della zona smilitarizzata, bloccando l’intera produzione industriale, ma garantendo il ritorno in patria ai cittadini sudcoreani. È di questa notte invece l’ulteriore annuncio che il governo nordcoreano ha autorizzato l’eventuale utilizzo di armi  nucleari contro gli USA in caso di conflitto armato.

Fino a questa settimana, alti funzionari dell’amministrazione Obama sembravano minimizzare il rischio di una escalation militare, considerando quella di Pyongyang come la solita retorica della Corea del Nord. Nelle ultime ore, invece, pare che la minaccia sia stata promossa a “minaccia reale”. Tuttavia, soltanto la prossima settimana il Segretario di Stato John F. Kerry effettuerà un viaggio in Corea del Sud e in Giappone, e questo la dice lunga sui reali timori della Casa Bianca.

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