Il NIS, l’agenzia di intelligence sudcoreana, è di nuovo al centro del ciclone mediatico e giudiziario e, questa volta, la questione è direttamente collegata ad un evento accaduto in Italia.

Nei giorni scorsi, infatti, sono stati violati i database della Hacking Team S.r.l., azienda milanese operante nella progettazione di sistemi di sorveglianza informatica (e di malware), venduti principalmente ad agenzie di intelligence straniere, governi e organi di polizia.

Circa un milione di e-mail sono state trafugate dai server della società milanese il 6 luglio scorso, intrusione informatica per cui ad oggi risultano indagati dalla Procura di Milano sei ex dipendenti della società stessa per “accesso abusivo a sistema informatico e rivelazione di segreto industriale”.

Il governo di Seoul risulta presente nella lista dei clienti per il malware Rcs/Galileo, prodotto di punta dell’azienda. L’intelligence sudcoreana ha confermato di aver acquistato il software nel 2012 negando, come molti temono invece, di averlo utilizzato per controllare liberi cittadini e sottolineando di averne fatto uso esclusivamente per attività di controspionaggio nei confronti di agenti nordcoreani.

L’attuale scandalo si intreccia con quello precedentemente scoppiato nel 2013 relativo al coinvolgimento del NIS nelle elezioni presidenziali del 2012 e si infittisce ulteriormente dopo le notizie dell’ultim’ora: un agente dei servizi sudcoreani è stato trovato morto nella sua auto a Yongin, 50 Km a sud di Seoul. Le autorità inquirenti confermano il suicidio e comunicano il ritrovamento di una lettera scritta di proprio pugno dall’agente nella quale confermerebbe di aver utilizzato il software per attività di controllo realtive alla Corea del Nord.

Nell’immagine Lee Byung-ho, capo del NIS.


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